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| Prima dell’avvento dei moderni sistemi di elaborazione computerizzata, nonostante la conoscenza delle principali leggi fisiche che regolano l’atmosfera ed il suo comportamento, i meteorologi basavano le proprie previsioni principalmente su tre fattori: l’analisi della cartografia fornita dai grandi centri internazionali di monitoraggio atmosferico, le informazioni storiche raccolte sugli eventi verificatisi nella regione d’interesse ed una serie di regole maturate con lo studio e l’esperienza sul campo. Molti di loro preferiscono tuttora affidarsi a questi metodi quando la previsione da effettuare copre un periodo relativamente breve (non superiore alle sei ore), e questo perché i modelli numerici hanno lunghi tempi d’elaborazione e non sempre sono adatti a fornire responsi rapidi. Le previsioni a breve termine (o nowcasting) eseguite con i metodi tradizionali si basano su tre regole fondamentali che traggono origine dallo studio dei più complessi meccanismi fisici e termodinamici che regolano il comportamento dell’atmosfera. • Principio di tendenza: prevede che se una massa d’aria segue una certa traiettoria con velocità costante, è possibile prevedere i suoi successivi spostamenti semplicemente estendendone il percorso nel tempo; anche se si tratta di un principio estremamente semplice, è molto utile nel prevedere lo spostamento di masse d’aria associate a cicloni ed anticicloni, salvo che non si stiano intensificando o indebolendo. • Principio di analogia: si basa sull’assunto che gli eventi atmosferici tendano ad evolversi sulla base di schemi caratteristici per ciascuna regione del globo; infatti, nel corso degli anni è stata sviluppata una complessa catalogazione di situazioni a larga scala (i circulation patters) a cui vengono attribuite differenti probabilità di precipitazione e l’eventuale variazione delle diverse variabili meteorologiche fondamentali (temperatura, pressione, etc.). • Principio di persistenza: assume che le condizioni atmosferiche presentino una elevato grado di autocorrelazione, cioè abbiano la tendenza a mantenersi costanti su brevi periodi di tempo. Pur avendo perso il primato che avevano per i meteorologi del passato, queste regole rappresentano ancora un valido punto di partenza per qualsiasi modello di previsione meteorologica; infatti, in prima analisi, un modello può ritenersi attendibile se riesce a fornire risultati che siano almeno migliori di quelli ottenibili con le stesse a partire da un uguale insieme di dati.
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| Caratteristiche generali dei modelli numerici Lo scopo dei modelli di previsione meteorologica è quello di ottenere, a partire da un insieme di dati di partenza (input), un insieme di informazioni (output) rappresentativi dell’evolversi nel tempo delle variabili atmosferiche ed, a seconda della metodologia usata, è possibile classificare un modello come prognostico o diagnostico. Un modello di tipo diagnostico consente di ricostruire il campo di vento stazionario a partire da un insieme di dati sperimentali ed adopera per il calcolo un insieme di equazioni indipendenti dal tempo basate sul principio di conservazione di massa o sull’equazione di Navier-Stokes (Sherman, 197 .Diversamente, nei modelli prognostici l’evoluzione futura delle variabili meteorologiche viene calcolata attraverso l’integrazione di un sistema di equazioni differenziali dipendenti dal tempo e basate sui principi di termodinamica e fluidodinamica (Pielke, 2002); un simile processo, in forma semplificata, può essere espresso dalla seguente equazione: C' = C + ƒ(C)Δt dove C rappresenta le condizioni atmosferiche iniziali, C' le condizioni atmosferiche previste dal modello ed ƒ(C)Δt le variazioni intercorse fra il primo ed il secondo stato nell’intervallo di tempo Δt (detto passo temporale del modello o timestep). L’estensione dell’area su cui opera ciascun modello e la sua capacità di essere sensibile o meno alle fluttuazioni a piccola scala consente un’ulteriore catalogazione dello stesso, permettendo la distinzione in: • modelli a scala globale (global model), se il dominio di calcolo si estende sull’intera superficie del pianeta o su un singolo emisfero; • modelli ad area limitata o alla mesoscala (mesoscale model), se l’estensione è nell’ordine delle migliaia di chilometri; • modelli a scala regionale o locale (local model), quando l’area indagata non supera le poche centinaia di chilometri. Generalmente, quanto maggiore è l’estensione spaziale del modello tanto più l’insieme di equazioni da esso impiegato potrà risultare semplificato; questo accade perché, se l’area di studio è particolarmente ampia, gli effetti dei fattori atmosferici locali (come l’evaporazione dai laghi, le correnti di brezza, gli attriti al suolo, lo scambio del vapore acqueo e dell’anidride carbonica con la vegetazione, etc.) potranno essere trascurati rispetto a quelli a più ampia scala, permettendo di escludere del tutto o in parte la loro computazione senza una perdita significativa dell’affidabilità.
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| Rappresentazione delle Condizioni Iniziali Nei modelli di tipo prognostico i dati usati per descrivere le condizioni di partenza del sistema vengono ricavati dalle misurazioni effettuate da un insieme sufficientemente esteso di strumenti meteorologici posti entro l’area di studio. Per i modelli a scala globale è diffuso l’uso dei dati trasmessi in radiofrequenza dalla rete di rilevazione del WMO (World Meteorological Organization), le cui stazioni di misura sono codificate in tabulati che ne elencano le specifiche tecniche, i codici di riconoscimento, il formato di codifica usato per la trasmissione dati e le coordinate geografiche. Allo sviluppo di tale rete partecipano diversi enti, principalmente agenzie aeronautiche e navali di numerose nazioni del mondo. Dei dati disponibili per ciascuna stazione impiegata, quelli indispensabili ai processi di computazione sono la temperatura, l’umidità, la pressione, l a velocità del vento la direzione del vento. Essi vengono quindi raccolti ed introdotti in forma informatizzata nel preprocessore del modello, il quale interpolerà e filtrerà i valori di ciascuna variabile al fine di ottenere un campo continuo ed omogeneo distribuito su tutta l’area di studio. Tale procedimento è generalmente indicato come processo di inizializzazione e porta ad una rappresentazione dei dati attraverso griglie orizzontali sovrapposte la cui configurazione può variare sia rispetto alla distribuzione spaziale delle variabili atmosferiche che rispetto alla forma delle maglie. Una delle classificazioni più note usata nelle descrizioni sintetiche dei modelli numerici è quella attribuita ad Arakawa e schematizzata in figura 1.1, la quale si basa sulla distribuzione delle variabili sui nodi orizzontali della griglia (Arakawa e Lamb, 1977). In particolare, tale classificazioni mette in risalto la posizione delle variabili di flusso, cioè le componenti zonali (u) e meridionali (v) della velocità del vento, rispetto a quelle di campo, rappresentate da pressione (p), umidità (q) e temperatura (θ); i tipi da B ad E vengono anche indicati come griglie sfalsate, essendo i due gruppi di variabili posti su nodi differenti, al contrario del tipo A in cui tutte le variabili sono localizzate sullo stesso nodo. Alcuni modelli sfalsano le variabili adoperate anche in senso verticale, alternandole sulle griglie usate per rappresentare i diversi livelli dell’atmosfera; in questo caso si è soliti distinguere in griglie di Lorenz quelle in cui sono accoppiate velocità orizzontale e temperatura (Lorenz, 1960) ed in griglie di Charney & Phillips quelle in cui sono accoppiate velocità verticale e temperatura (Charney e Phillips, 1953). La figura 1.2 schematizza le differenze fra i due tipi. Le maglie delle griglie possono avere forma variabile a seconda del tipo di modello e dell’estensione dell’area di studio; modelli che operano su modeste porzioni di territorio fanno uso di maglie quadrate o di forma trapezoidale, capaci di rispecchiare le deformazioni dovute alla sfericità della superficie terrestre, mentre i più moderni modelli di circolazione globale adottano maglie esagonali. In alcuni modelli è anche consentito l’uso di griglie nidificate (nested grids) con cui è possibile indagare in maggior ![]() ![]() dettaglio solo alcune regioni specifiche; come viene schematicamente illustrato in figura 1.3, infatti, queste permettono di infittire i nodi disponibili soltanto entro l’area specificata, con un notevole risparmio in termini di calcolo.
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