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Vecchio 12-09-2008, 09.32.59
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Predefinito Quando il vento soffiò a 370 Km/h

NEW YORK, Usa -- Un vento a 200 km/h in Italia non si vede tanto facilmente. Eppure sull'Ortles, in Alto Adige, le conseguenze dell'uragano Emma hanno spinto l'anemometro anche oltre. Nulla, tuttavia, se confrontate con le folate fredde che si registrarono il 12 aprile 1934 sul Monte Washington (1971 metri d'altezza, negli Stati Uniti). Quel giorno le raffiche toccarono i 370 chilometri l'ora.

Si tratta della velocità del vento più alta mai registrata da una stazione di superficie. Quel giorno lo staff dell'osservatorio costruito lassù - composto da Salvatore Pagliuca, Alex McKenzie, Wendell Stephenson e un paio di ospiti - stava completando il suo secondo inverno trascorso interamente sulla montagna.

L'installazione era stata costruita solo 2 anni prima e progettata per resistere a venti fino a 300 miglia orarie. Due giorni prima del "fattaccio", i meteorologi registrarono una debole perturbazione frontale situata sui Grandi Laghi occidentali che si stava lentamente avvicinando al New England. Un altro "serbatoio" d'energia stazionava al largo della costa del North Carolina. E infine, una vasta fascia di alta pressione si estendeva dal Canada e l'Atlantico settentrionale.

Il 10 aprile, sulla vetta di Mount Washington, dunque non accadde nulla di significativo. i registri dell'osservatorio, infatti, è scritto: "Un giorno perfetto, senza nubi e calmo".

Le cose cominciarono a cambiare il giorno dopo. Quando la fascia di alta pressione si estese sull'Oceano, costringendo il serbatoio di energia allo spostamento verso nord-ovest, e congiungendo quindi questa perturbazione con il sistema nuvoloso che si stava sviluppando sui Grandi Laghi.

L'11 aprile, Pagliuca, Stephenson, McKenzie e i soci si svegliarono con uno splendido sole, racconta sempre il diario dell'osservatorio. La stufa a carbone dell'ufficio teneva il freddo fuori dalla stanza. "Mentre godevamo una bella veduta sull'Oceano Atlantico, faticavamo a renderci conto che nelle successive 48 ore avremmo dovuto passare attraverso una delle peggiori tempeste nella storia di tutti gli osservatori", annotò poi Pagliuca sul manoscritto.

Il cielo quasi sereno lasciò presto il posto alle nubi. Verso sera la nebbia oscurò la sommità e congelò, fino a formare uno strato di ghiaccio. I gatti dell'osservatorio si accucciarono tutti intorno alla stufa, il posto più caldo.

Intanto le condizioni meteo si facevano sempre pìù anomale. Le differenze di pressione stavano per scatenare il più violento vento della storia. Già prima della mezzanotte, le raffiche erano rinforzate sensibilmente, raggiungendo le 136 miglia orarie, ben oltre la velocità da uragano. Alcuni scienziati rimasero svegli quella notte. A controllare quel che stava accadendo. "Non c'è alcun dubbio che un super-uragano sia in pieno sviluppo": queste parole scritte da Pagliuca la mattina di giovedì 12 aprile 1934.



Dopo aver ceduto a un breve sonnellino, Stephenson si svegliò alle 4 del mattino. Sebbene intontito, controllò il registratore dei dati. Il vento era fortissimo ma lo strumento segnava "solo" 105 miglia orarie: impossibile: il dispositivo era ghiacciato.

Stephenson si scosse, prese una mazza di legno e mise la testa fuori dalla porta. Il vento era così violento che fu sbattuto a terra appena aperta. Lottò per farsi strada verso la scala. Dopo qualche colpetto al registratore, cominciò a contare i "clic" del ricevitore telegrafico. Ebbene, la reale velocità del vento in quel momento raggiungeva le 150 miglia orarie (oltre 240 km/h).

Tutti i tasselli indicavano un evento meteorologico straordinario. Ancora Pagliuca scrive: "Ho interrotto le altre attività e mi sono concentrato sulle osservazioni. Ognuno nella casa è mobilitato come durante un attacco bellico e aveva un preciso compito da svolgere. Gli strumenti erano controllati continuamente, in particolare l'anemometro".



Il vento si fece più violento. Fra le 12 e le 13 gli strumenti registrarono più volte 220 miglia orarie (oltre 320 chilometri l'ora). Poi alle 13 e 21, lassù su quell'osservatorio in alta quota, fu registrato il valore record: vento da sudest a 231 miglia orarie, 372 km/h. Il più alto mai registrato sulla superficie terrestre.

Le raffiche proseguirono fortissime per tutto il pomeriggio. Poi la tempesta iniziò lentamente a muoversi verso nord e il vento cominciò a calare. Durò solo un giorno. Cadde un po' di neve e vi fu una tremenda gelata. Ma tutto era finito.

L'anemometro usato per registrare il record era stato progettato appositamente per la stazione di Mount Washington. Costruito a Cambridge, Massachussets, era stato testato nella gelleria del vento dell'MIT di Boston. Dopo la misura del vento record, l'anemometro subì una serie di test dal National Weather Bureau. Funzionava perfettamente e la storica misura di 231 miglia orarie fu confermata nella sua validità.

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Flavio Scolari
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Vecchio 13-09-2008, 13.24.32
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Predefinito Antartide, il viaggio della vita

Un’avventura davvero speciale, dove il mondo finisce. Tra due oceani perennemente arruffati per via dei venti impetuosi, alla scoperta del deserto più grande e più bianco del mondo.

Pieter Lenie, un signore piccolo di statura e con una barbetta bianca anticipata da una pipa eternamente accesa, trascorre gran parte della giornata a mirare il rincorrersi delle nuvole, il loro accumularsi e il successivo sfrangiarsi; a guardare montagne di ghiaccio, a osservare e misurare il vento. Attenzione, però, non si parla di un romantico sognatore perditempo. Pieter è nientemeno che l’Ice Master, il Maestro del Ghiaccio, un personaggio importante, una sorta di consulente – non si può navigare senza ottime conoscenze dei fenomeni meteorologici , oltretutto su mari in prevalenza agitati – e soprattutto un irrinunciabile esperto a bordo delle navi che dopo aver superato lo Stretto di Drake puntano sull’Antartide, il continente di ghiaccio: 14 milioni di chilometri quadrati spazzati da venti che a volte superano i 300 all’ora e fanno sprofondare la temperatura invernale fino a 70° sotto zero.

In viaggio con gli "esperti"

Una crociera-spedizione nel sesto continente (settimo secondo gli studiosi statunitensi che curiosamente conteggiano l’America del Nord e quella del d come se si trattasse di due distinti continenti) affascina, esalta, intriga; lo si può considerare il "viaggio della vita".
Sono tante le motivazioni che convincono a volare fino all’estremità del cono damericano eppoi, per una decina di giorni, a spaziare tra ghiacci e pinguini, a bordo di solide ma non lussuose imbarcazioni che ovviamente nulla hanno a che vedere con le Love Boat televisive e le meganavi da 3.000 passeggeri per crociera.
Si pensi che, oltre al classico viaggiatore – il turista non intraprenderebbe mai trasferte così ‘intelligenti’- a un viaggio in Antartide prendono parte studiosi e naturalisti di tanti Paesi: entomologi, biologi, etologi, ornitologi. Ma non occorre essere uno scienziato né dover compiere severi studi prima di salire a bordo: durante la navigazione gli esperti tengono conferenze e informano con proiezioni di filmati e diapositive. Alle lezioni teoriche seguono poi quelle pratiche, durante le escursioni a terra, con un esperto a bordo di ciascuno dei capaci gommoni Zodiac progettati da Cousteau.
Partiti da Ushuaia, capitale della Terra del Fuoco argentina e nota come la ciudad mas austral (meridionale) del mundo, si attraversa il citato Stretto di Drake dopo aver intravisto, sul far del giorno, il mitico Capo Horn. Anche se la navigazione non è delle più tranquille - le acque sono perennemente agitate perché, più che incontrarsi, Atlantico e Pacifico si scontrano - il disagio per beccheggi e rullii è superato dall’eccitazione per l’avvicinarsi dell’Antartide, il continente bianco.

Fra iceberg e Stazioni Scientifiche

La spedizione vera e propria comincia il mattino del terzo giorno. Tra le riunioni degli appartenenti ai vari gruppi di sbarco (quasi si fosse Marines alla vigilia di un attacco) e qualche sosta al bar, è incessante il viavai sui ponti per avvistare il primo iceberg. Poi, improvvisa, si propaga la notizia: si sta navigando sulla Antarctic Convergence. Si tratta del punto di incontro tra le acque dei due oceani a nord, a temperatura normale, e quelle gelide provenienti dai ghiacci dell’Antartide. Le acque a temperatura più bassa sprofondano vorticosamente negli abissi impedendo una progressiva mescolanza con quelle temperate. Si genera a questo punto una vera e propria muraglia liquida, un confine biologico che isola il Sesto Continente dal resto del nostro pianeta.
Finalmente, ecco la King George Island, la maggiore e più settentrionale isola dell’arcipelago delle South Shetland; quanti iceberg affiorano in prossimità delle sue coste! Doppiata la punta settentrionale dell’isola è tutto un susseguirsi di emozioni e sensazioni assolutamente nuove per il viaggiatore. Le non eccessive dimensioni della nave permettono di entrare in baie e cale spesso anguste, tra ghiacciai dalla grandezza impressionante, in prossimità di Stazioni scientifiche di vari Paesi che, grazie soprattutto al Trattato Antartico sottoscritto nel 1961, convivono in pace e con rapporti di buona collaborazione anche in periodi di turbolenza politica e sociale nel resto del mondo.

L’epopea dei primi scopritori

L’Antartide ha già una sua storia e in un certo senso, anche una sua archeologia, benché i relativi reperti siano antichi soltanto poche decine di anni. Si fa riferimento agli impianti per ricavare il grasso dalle balene, abbandonati dopo un’eruzione vulcanica sulla Deception Island, e alla capanna sull’isola Peterman, nella quale l’esploratore Carcot svernò nel 1909. Ma già nel lontano 1675 il mercante inglese Antoine de la Roche si era spinto oltre il Polar Front, al di là della Antarctic Convergence. Nel 1772 James Cook (dove non approdò questo fantastico navigatore, prima di finire mangiato a lesso nelle Hawaii?) nella sua prima spedizione superò il Circolo Polare, senza però avvistare il continente di ghiaccio.
Una cinquantina di anni dopo, nel 1820 l’esploratore Fabian Gottlieb von Bellinghausen fece di meglio del citato Captain inglese, circumnavigando l’Antartide e giungendo in vista della terraferma, raggiunta l’anno successivo, in differenti spedizioni, dagli americani Palmer e Davis.
Non restava che il Polo d, che resistette alla conquista fino al 14 dicembre 1911, a opera di Roald Amundsen, su slitte trainate da cani. Figurarsi lo scoramento dell’inglese Robert Falcon Scott il 17 gennaio 1912, nello scorgere la bandiera norvegese piantata soltanto un mese prima sul punto geografico attraversato dall’asse ideale su cui ruota le Terra. Tanta beffa ricevette comunque un premio di consolazione: la Stazione Scientifica degli Stati Uniti al Polo d porta il nome Amundsen–Scott.
perata la barriera dell’ignoto, molti furono i navigatori che si spinsero all’estremo sud del pianeta Terra: nobili e militari animati dalla sete di conquista in nome del proprio sovrano o altro sponsor che fosse, geografi, cacciatori di balene, idealisti, avventurieri.

di Gian Paolo Bonomi
Mondointasca, il magazine on line scritto dai giornalisti che viaggiano per professione
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Flavio Scolari
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