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Vecchio 12-09-2008, 09.24.24
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Predefinito Le gole di Marte scavate dal vento?

I ripidi pendii sul pianeta rosso non sarebbero dovuti all’azione dell’acqua ma alla polvere trasportata dal vento.
I celebri canyon sul pianeta Marte non sarebbero dovuti all’azione dell’acqua ma al vento. Lo afferma un geologo che avrebbe trovato una nuova spiegazione per i numerosi crateri, pendii e strapiombi che, osservati per la prima volta nel 2000 dalla navetta Mars Global rveyor, sembrarono subito una prova evidente della passata presenza di acqua sul pianeta rosso. Sin dal allora, molti ricercatori hanno cercato di spiegare come l’acqua o magari il biossido di carbonio liquido abbiano potuto creare le gole nell’atmosfera fredda e sottile del pianeta, elaborando tutta una serie di teorie. “C’è stata troppa fretta - afferma Allan Treiman, del Lunar and Planetary Institute (LPI) di Houston - e tutti hanno pensato subito all’acqua senza fermarsi a riflettere su altre possibilità”. Nel suo studio, pubblicato sulla rivista “Journal of Geophysical Research”, Treiman spiega come le gole non sembrano corrispondere a nessun deposito conosciuto di acqua congelata su Marte, a nessuna attività vulcanica necessaria per riscaldarlo allo stato liquido, o a nient’altro che secondo altri ricercatori possa aver reso possibile la presenza di acqua liquida nella gelida e sottile atmosfera del pianeta. Persino le recenti scoperte che indicano ghiaccio sotto la superficie di Marte non corrispondono con le località dove si trovano le gole. D’altra parte, secondo Treiman esse coincidono con gli schemi del vento di Marte. Le gole abbondano soprattutto alle latitudini medie, dove i venti tendono a rallentare e a depositare il loro carico di polvere fine e di limo. Questo si accumulerebbe creando dune che, crollando, darebbero origine a pendii ripidi in modo analogo alle valanghe di neve sulla Terra.

Contro l'acqua su Marte

Potrebbe essere stata l'aniride carbonica a scavare i canali sulla superfice del Pianeta Rosso.
La maggior parte dei planetologi accetta il modello secondo cui Marte era un tempo un pianeta tiepido dotato di acqua allo stato liquido. Ora però in un articolo pubblicato sulle “Geophysical Research Letters” alcuni astronomi australiani hanno proposto una nuova teoria dell'evoluzione marziana, secondo cui il pianeta è sempre stato un deserto congelato e privo di vita. Nick Hoffman, dell'Università di Melbourne, sostiene infatti di avere le prove necessarie a confutare il modello marziano più diffuso. Egli ha studiato le varie strutture marziane create dall'erosione, come le valli e i canali, ed è giunto alla conclusione che è l'anidride carbonica, e non l'acqua, la vera responsabile della formazione di queste strutture. "Abbiamo bisogno – ha spiegato Hoffman - di pensare più chiaramente a dove potrebbe esserci vita su Marte e dove raccogliere campioni. Se c'è vita sul pianeta è probabile che si trovi nel sottosuolo, a molti chilometri di profondità." La NASA sta cercando da anni la vita su Marte basandosi sull’ipotesi sulla superficie del pianeta fosse presente acqua liquida. In quest’ultima ricerca i ricercatori hanno studiato in particolare i canali formati da aree di terreno collassato ce si trovano lungo i bordi del bacino Hellas, un cratere da impatto di 2000 chilometri di diametro e vecchio 3,5 miliardi di anni. I dati suggeriscono che questi canali sono stati probabilmente scavati da detriti trasportati dall'anidride carbonica, piuttosto che da sorgenti di acqua calda. Hoffman crede che i canali del bacino Hellas si formarono quando il magma vulcanico si mescolò con l'anidride carbonica congelata nel sottosuolo, che si espanse violentemente, facendo collassare il terreno. L'anidride carbonica, ormai liquida e gassosa, agì come un lubrificante facilitando il flusso dei detriti solidi.

Marte non era un pianeta caldo e umido

Un studio smentisce l’ipotesi che il pianeta rosso possa aver ospitato la vita.
L’idea che Marte fosse stato in precedenza un pianeta simile alla Terra, e che possa dunque aver ospitato forme di vita, è stata disattesa da un nuovo studio dell’Università del Colorado di Boulder. I risultati degli astrofisici Teresa Segura e Owen B. Toon indicano piuttosto che il pianeta rosso è quasi sempre stato freddo e asciutto, sin dalla sua formazione, circa 4 miliardi di anni fa. Gli scienziati hanno usato foto e modelli al computer per mostrare che grandi asteroidi o comete hanno colpito il pianeta 3,5 miliardi di anni fa. Gli impatti sono avvenuti nello stesso periodo in cui si formavano i grandi canali. Secondo i dati disponibili, in quel periodo avvennero su Marte almeno 25 enormi impatti, provocando un volume di detriti in grado di ricoprire completamente il pianeta. Il materiale avrebbe causato la fusione di porzioni superficiali e del ghiaccio polare, provocando le piogge calde che avrebbero creato fiumi e canali. “Ma anche se ci furono brevi periodi caldi e umidi, - afferma Segura - per la maggior parte della sua storia Marte è rimasto un pianeta freddo e asciutto.” La ricerca sarà pubblicata sulla rivista “Science”.

Pubblicato: 07 dicembre 2002
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Predefinito Una tempesta Marziana perfetta

Gli astronomi stanno studiando la più grande tempesta di polvere mai osservata su Marte.
Grazie a due navicelle spaziali, il Mars Global rveyor e l’Hubble Space Telescope astronomi stanno studiando in grande dettaglio la più grande tempesta di polvere mai osservata su Marte. Le tempeste marziane sono ben più intense di quelle che si verificano sulla Terra, e quella in corso ora ha sollevato una nube di polvere che ha ricoperto l'intero pianeta negli ultimi tre mesi. L'energia solare assorbita dalla polvere ha provocato un riscaldamento dell'atmosfera di oltre 40 gradi, provocando al contempo un raffreddamento della superficie. Il fenomeno è stato osservato dagli astronomi fin da quando ha avuto origine, nel giugno scorso, inusualmente presto all'inizio della primavera marziana, nell'emisfero settentrionale del pianeta. Lo spettrometro a emissione termica del Mars Global rveyor ha permesso di seguire lo spostamento della polvere misurando i cambiamenti di temperatura dell'atmosfera. La sonda riprende quotidianamente immagini dell'intera superficie, molto utili per studiare l'interazione fra la tempesta e le varie strutture della superficie marziana. Si è visto così che non sembra trattarsi di un unica tempesta continua, ma piuttosto una serie di eventi su scala planetaria stimolati dalle regioni attorno al bacino Hellas. Gli astronomi hanno infatti osservato piccole tempeste originarsi a migliaia di chilometri di distanza. Gli effetti si sono propagati inizialmente lungo l'equatore, ma quando, dopo una settimana, la polvere ha raggiunto la stratosfera, altre tempeste hanno avuto origine in tre siti a latitudini più elevate. Una tempesta in particolare, quella nella regione Claritas/Syria, è stata attiva in continuazione fin dalla prima settimana di giugno. Ora la tempesta ha iniziato a dissiparsi, ma Marte si sta avvicinando al suo perielio. Questo significa che non appena l'atmosfera inizierà a ripulirsi, il ritorno della luce solare non filtrata potrebbe stimolare venti ad alta velocità, e dare inizio a una nuova grande tempesta.

Le tempeste di Marte

Un'enorme tempesta di sabbia ricopre metà della superficie marziana.
Marte non è un pianeta dalla meteorologia tranquilla e, ogni tanto, viene spazzato da enormi tempeste di sabbia che possono interessare una percentuale notevole della superficie del pianeta. Proprio in questo momento è in corso una di queste tempeste, la più grande da quando la sonda Mars Global rveyor arrivò sul Pianeta Rosso, nel 1997. Nonostante abbia già dimensioni imponenti, gli scienziati si aspettano che la tempesta aumenti ancora di intensità nei prossimi mesi, arrivando magari a ricoprire l'intera superficie marziana, come avvenne negli anni settanta all'arrivo della sonda Mariner 9. Gli scienziati hanno osservato l'inizio di questa tempesta il 15 giugno scorso, quando una regione del bacino Hellas apparve coperta di polveri. Dieci giorni dopo la tempesta iniziò ad aumentare di intensità e a espandersi. Al momento la tempesta interessa già metà della superficie del pianeta ma non dovrebbe influenzare i piani per l'arrivo della sonda Mars Odissey, previsto per il prossimo ottobre. Gli scienziati continueranno comunque a osservare questa tempesta, soprattutto per mettere alla prova le loro capacità di prevederne il comportamento.

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