Un ovale bianco sta per raggiungere la Macchia Rossa presente da almeno tre secoli.
Gli occhi degli astronomi e degli astrofili sono in questo momento puntati sul pianeta Giove, dove due gigantesche tempeste stanno per raggiungersi e sfiorarsi. Uno dei due "temporali" è grande quanto l'intero pianeta Terra, mentre l'altro è il più grande mai osservato nel Sistema Solare, la famosa Macchia Rossa. La Macchia Rossa ha un diametro di circa 25.000 chilometri, contiene venti che superano i 500 chilometri orari e infuria su Giove da almeno tre secoli. L'altra tempesta è un più modesto ovale bianco, che gli astronomi osservano da almeno 60 anni. A parte lo spettacolo, gli astronomi sono interessati all'evento per le possibilità che offre di studiare la dinamica di queste collisioni, per capire meglio il comportamento dell'affascinante atmosfera gioviana. L'incontro/scontro fra le tempeste è stato anticipato all'inizio di gennaio e i due sistemi hanno iniziato realmente a interagire il 22. Ora nessuno sa per quanto l'interazione andrà avanti, ma sicuramente almeno per alcuni mesi. Lo scontro fra le due tempeste non è frontale, perché entrambe viaggiano nella stessa direzione; l'ovale bianco si trova però in una banda leggermente più veloce e ora ha raggiunto la Macchia Rossa. Secondo gli astronomi, l'ovale bianco dovrebbe ora rallentare, risentendo dell'attrazione della tempesta più grande. In seguito, alla fine dell'incontro l'ovale dovrebbe proseguire a velocità più elevate per qualche mese, allontanandosi dalla Macchia Rossa, ma le previsioni sono molto incerte. Non si tratta della prima volta che le due tempeste interagiscono. L'ultima volta fu nel 1975 e allora gli effetti più notevoli furono registrati sulla Macchia Rossa, che sbiadì e perse il suo colore per molti anni. Gli effetti potrebbero essere ancora più evidenti in questo caso, poiché l'ovale bianco ha inglobato altre due tempeste più piccole, nel 1998 e nel 2000, rinforzandosi notevolmente. Secondo alcuni astronomi, però, le tempeste gioviane hanno origine talmente in profondità che è molto improbabile che qualsiasi effetto dell'incontro possa durare molto a lungo.
Il clima di Giove
Un filmato della NASA rivela qualche segreto del Pianeta Gigante.
Un filmato della NASA realizzato con le immagini della sonda Cassini ha rivelato che nel clima delle calotte polari di Giove alcuni fenomeni sono più duraturi di quanto ritenuto in precedenza. La superficie del Pianeta Gigante compresa fra le due zone temperate è caratterizzata da fasce di nubi e tempeste che persistono per periodi anche lunghissimi, come la famosa Macchia Rossa, osservata già da Galileo. Le regioni polari mostrano invece macchie più piccole caratterizzate da una aspetto caotico. Secondo il dottor Ashwin Vasavada del California Institute of Technology a Pasadena, sarebbe lecito aspettarsi che un aspetto caotico sia la manifestazione da un comportamento fisico caotico, ma questo non sembra essere il caso. Il filmato mostra infatti che le piccole macchie delle regioni polari hanno una durata molto lunga e, inoltre, si muovono secondo una dinamica altamente organizzata. La sonda Cassini ha ripreso le immagini in luce infrarossa, per poter osservare le nuvole attraverso lo strato superficiale di nebbia del pianeta. Il filmato integra immagini riprese in un periodo di 70 giorni in una sequenza che dura meno di un minuto, disponibile in rete al sito del Jet Propulsion Laboratory. Le immagini mostrano comunque che nelle regioni polari sono presenti migliaia di tempeste grandi quanto quelle terrestri di maggiori dimensioni. Fino a ora gli scienziati non sapevano quanto fosse lunga la vita di queste tempeste, ma il filmato ha mostrato che la maggior parte di esse era visibile per l'intero periodo della ripresa. Inoltre si è potuto constatare che somigliano molto a quelle più grandi che si sviluppano alle medie latitudini. Le nuove osservazioni sembrano così mettere in crisi almeno alcuni aspetti del modello generalmente accettato della dinamica dell'atmosfera gioviana.
Le bande di Giove
Un nuovo modello mostra come la rotazione planetaria e la turbolenza atmosferica possano combinarsi per creare strutture su ampia scala.
Uno dei problemi della planetologia è sempre stato quello di capire da dove viene l'energia per i violentissimi fenomeni atmosferici che caratterizzano i pianeti gassosi giganti, i più lontani dal Sole. Ora un nuovo studio della turbolenza nell'atmosfera attorno a una sfera in rotazione sta aiutando a spiegare le evidenti bande scure che circondano questi pianeti.

lla Terra, la turbolenza causata dal riscaldamento solare e dall'attrito con la superficie distrugge i flussi atmosferici e dissipa l'energia fornita dal Sole, che diversamente porterebbe alla formazione di bande di nubi globali. Nella sottile atmosfera dei giganti gassosi, tuttavia, la dissipazione dell'energia è trascurabile e parte dell'energia solare viene gradualmente raccolta in stabili getti globali, che intrappolano le nubi e formano le bande. Il nuovo modello matematico è stato presentato in un articolo pubblicato sulla rivista «Physical Review Letters». Il modello, messo a punto presso l'Università della Florida del

d, mostra come la rotazione planetaria e la turbolenza atmosferica, quasi bidimensionale, possono combinarsi per creare strutture su ampia scala. I ricercatori hanno sospettato a lungo che la circolazione a bande dei pianeti giganti fosse governata dall'interazione fra la rotazione planetaria e la turbolenza su vasta scala. La nuova ricerca ha però quantificato questo fenomeno, portando a un'equazione che caratterizza la distribuzione dell'energia fra le varie scale del movimento e a semplici formule che descrivono le caratteristiche energetiche di base della circolazione atmosferica dei pianeti giganti. Il modello aiuta anche a spiegare la paradossale osservazione che i pianeti esterni hanno flussi atmosferici più potenti, anche se l'energia fornita dal Sole per mantenere simili con il quadrato della distanza. B. Galperin ha scoperto però che le atmosfere dei giganti gassosi dissipano meno energia di quelle più calde dei pianeti interni, come la Terra. Sebbene quindi i pianeti esterni ricevano meno energia dal Sole, essi ne trattengono una percentuale maggiore. Come risultato, il modello mostra perché Nettuno ha la circolazione atmosferica più potente fra tutti i pianeti, anche se è il più lontano dal Sole.
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