Durante il medioevo e nella prima età moderna esisteva una netta distinzione tra astronomia e filosofia naturale. Gli astronomi si occupavano della determinazione e della predizione delle posizioni planetarie e stellari, con lo scopo di ridurre i moti celesti apparenti a (combinazioni di) moti circolari uniformi. Era compito della filosofia naturale, invece, studiare la natura dei cieli e le cause dei moti celesti. Dal secolo XIII essa consisteva prevalentemente nel commentare le opere di Aristotele ed era quindi una scienza più che altro ‘cartacea’. Nella ‘gerarchia scientifica’ l’astronomia occupava una posizione intermedia tra le scienze teoriche (metafisica, fisica o filosofia naturale) e le discipline pratiche (statica, ottica). Ciò spiega perché gli astronomi potevano usare, per vari decenni, il De revolutionibus orbium (1543) di Copernico senza doversi pronunciare su qualche scelta nel campo della cosmologia, che era appunto materia dei filosofi. Tuttavia, nella seconda metà del Cinquecento alcuni fenomeni celesti facevano riflettere. L’apparizione di una nova in Cassiopeia (1572) e la comparsa della cometa del 1577 (che mostrava un’orbita chiaramente al di sopra della sfera della Luna) mettevano a dura prova la distinzione aristotelica tra la fisica terrestre (circa i fenomeni soggetti a generazione e corruzione) e quella celeste (circa i corpi celesti, eterni e incorruttibili). E quando successivamente filosofi come Francesco Patrizi e Giordano Bruno iniziarono ad esplorare terreni tradizionalmente chiusi ai filosofi, l’edificio della cosmologia aristotelica cominciò a vacillare. Con Bruno siamo ancora lontani dall’idea di scienza moderna in senso stretto. Non era un astronomo, non aveva una cultura matematica tecnica, né si fondava su osservazioni sistematiche, ma fu pur sempre uno dei primi a rendersi conto che la cosmologia aristotelica stava per crollare. Nel dialogo La cena de le ceneri (Londra 1584) elogiò Copernico, ma espresse anche qualche riserva (“lui più studioso de la matematica che de la natura”). Le sue idee cosmologiche derivano da una lettura radicale e in chiave naturalistica

lo di Copernico, ma anche di altri autori (Plotino, Ficino). La sua cosmologia va oltre l’eliocentrismo ‘tecnico’ di Copernico e teorizza un universo infinito, effetto di una causa infinita (Dio), contestando
l’esistenza delle sfere celesti (solide o fluide) e i moti celesti perfettamente circolari. Bruno sviluppa una concezione vitalistica dell’universopopolato da infiniti mondi o terre animate che “

no in punto alcuno differenti da questo in specie, solo in esser più grandi et piccioli come ne le altre specie d’animali per le differenze individuali.” L’universo non ha centro: “si noi fussimo ne la luna, o in altre stelle: non sarremo in loco molto dissimile a questo.” Bruno considera l’universo fisicamente omogeneo e attacca la doppia fisica tradizionale: i quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco) sono
presenti ovunque, non esiste etere o quintessenza (la materia incorruttibile dei corpi celesti nella fisica aristotelica). La sua nuova cosmologia implica una nuova antropologia dal momento che l’uomo non è più al centro del cosmo, e una nuova ‘teologia’, perché il rapporto tra Dio e universo non è più pensabile in termini cristiani tradizionali: “Et abbiamo dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi: se l’abbiamo appresso, anzi di dentro più che noi medesemi siamo dentro a noi”. Infine, si impone la necessità di una nuova ermeneutica dei testi sacri, perché “nelli divini libri in servizio del nostro intelletto, non si trattano le dimostrazioni, et speculazioni, circa le cose naturali, come se fusse filosofia: ma in grazia de la nostra mente et affetto, per le leggi si ordina la prattica circa le azzioni morali.”
Leen Spruit
Lettore
Università degli Studi di Roma La Sapienza