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Vecchio 05-08-2008, 14.39.50
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Il problema dei detriti spaziali e` noto da tempo: un impatto con un "proiettile" grande 1 cm puo' danneggiare irreparabilmente un grosso satellite, e anche particelle grandi qualche millimetro possono metterne fuori uso le parti piu' delicate, come i sensori, le antenne o i pannelli solari. In alcuni casi questo e` probabilmente gia` accaduto; inoltre alcuni anni fa un finestrino dello space shuttle fu incrinato dall'urto di una particella grande solo alcuni decimi di millimetro. Recenti simulazioni al calcolatore sull'evoluzione futura della popolazione di detriti orbitanti, realizzate da un gruppo di ricercatori italiani (A. Rossi et al., "Journal of Geophysical Research", vol. 99, pp. 23.195-23.210, 1994) hanno mostrato che se non si correra` rapidamente ai ripari, alle quote intorno agli 800-1000 e 1400-1500 km potrebbe innescarsi entro il prossimo secolo una sorta di reazione a catena: una collisione abbastanza violenta da ridurre in pezzi un grosso razzo o satellite genera infatti migliaia di frammenti, che diventano nuovi potenziali proiettili capaci di distruggere altri satelliti. Le quote sopra citate sono quelle piu` popolate di satelliti sia civili che militari per la navigazione, la meteorologia, la sorveglianza e l'osservazione della superficie terrestre; l'attrito dei residui atmosferici allo stesso tempo e` cosi' ridotto che le particelle presenti ricadono verso Terra soltanto su tempi di decenni o di secoli. Questo processo di inquinamento irreversibile dell'ambiente spaziale potrebbe ora essere accelerato dalle particelle rilasciate dai reattori nucleari russi, anche se probabilmente le dimensioni della maggioranza di esse sono sufficienti a danneggiare i satelliti, ma non a frammentarli completamente.

Le perdite dei reattori nucleari russi sono provocate dal fatto che i liquidi refrigeranti in essi contenuti (un miscuglio di sodio e potassio in forma metallica liquida) sono fortemente corrosivi, e hanno probabilmente forato i serbatoi che in origine li contenevano. Il fatto che le particelle siano liquide invece che solide non influenza la loro capacita` distruttiva durante gli impatti, che e` dovuta solo alla loro energia cinetica (cioe' alla massa e alla velocita`). Esperti russi hanno confermato che le perdite dai reattori erano da attendersi, e che solo una piccola frazione dei liquidi originari e' finora fuoriuscita nello spazio esterno. Si teme percio` che la situazione possa peggiorare nei prossimi anni o decenni.

Questi problemi hanno fatto si` che l'idea di regolamentare a livello internazionale l'uso dell'energia nucleare nello spazio abbia gia` fatto qualche passo significativo. Le esplosioni nucleari sperimentali e la stessa presenza nello spazio di armi di distruzione di massa sono vietate dal Trattato sui Test Nucleari del 1963 e dal Trattato sugli Usi Pacifici dello Spazio fin dal 1967. Piu' di recente, nel 1992, l'Assemblea Generale dell'ONU ha approvato un documento (U.N.G.A. Res. 47/6 contenente una serie di "guidelines" relative all'utilizzo nello spazio di reattori e RTG, volte soprattutto ad aumentarne la sicurezza e ad assicurare la massima trasparenza nel loro impiego -- in particolare, in caso di anomalie od incidenti. Queste "guidelines" saranno riviste periodicamente, e se necessario completate e aggiornate; esse pero' sono applicabili solo a sistemi e tipi di missione spaziale simili a quelli realizzati attualmente, ed escludono esplicitamente possibili sistemi nucleari per la propulsione.

A giudizio di molti esperti, tra cui chi scrive, sarebbe opportuno concludere accordi internazionali piu` estesi e piu' vincolanti su questa materia, pur senza giungere al bando totale dell'energia nucleare nello spazio, che danneggerebbe in modo sensibile la ricerca scientifica ed escluderebbe anche missioni praticamente prive di rischi, come le sonde dirette verso lo "spazio profondo". Si potrebbe per esempio bandire la messa in orbita di satelliti con sistemi nucleari a bordo soltanto al di sotto di una certa quota (2000-3000 km), pur permettendo in questa zona "proibita" il transito o l'assemblaggio di sonde con sistemi nucleari a bordo e dirette verso l'esterno, sotto il vincolo del rispetto di adeguate misure di sicurezza. Un tale accordo sarebbe facilmente verificabile (i sistemi nucleari emettono radiazioni infrarosse caratteristiche, facilmente rilevabili anche da Terra), ridurrebbe a un livello minimo i rischi ambientali sia per la Terra che per lo spazio circumterrestre, limiterebbe drasticamente le possibili applicazioni militari della tecnologia nucleare spaziale e renderebbe assai piu` semplice evitare interferenze negative con la ricerca astronomica: tutto questo senza danneggiare gli attuali programmi per l'esplorazione del sistema solare e neppure lo sviluppo, in un futuro piu` o meno lontano, di "motori nucleari" per astronavi di grosse dimensioni dirette verso altri pianeti. Alcuni anni fa la delegazione italiana presso la Conferenza multilaterale per il Disarmo (C.D.) delle Nazioni Unite a Ginevra ha fatto propria e presentato ufficialmente una proposta del genere: sarebbe ora auspicabile che l'Italia premesse in questa ed in altre sedi internazionali per arrivare a risultati concreti in questo settore.

Paolo Farinella
USPID Unione Scienziati per il Disarmo
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Flavio Scolari
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