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Predefinito Hubble a caccia di antiche galassie

GLI ASTRONOMI che studiano le immagini realizzate dal telescopio Hubble hanno individuato un gruppo di galassie che ritengono le più antiche mai identificate. La scoperta suggerisce l'ipotesi che le prime stelle e galassie possano aver impiegato a formarsi più tempo di quanto si è sempre creduto. Cinque team di scienziati dello Space Telescope Science Institute hanno analizzato gli stessi dati concordando sul fatto che i 50 oggetti studiati sono con tutta probabilità antiche galassie e che la loro luce ci mette 13 miliardi di anni per raggiungere la Terra, il che significa che hanno un'età pari a circa il 95 per cento di quella dell'universo.

Gli scienziati hanno analizzato le modalità con cui questi corpi celesti hanno letteralmente "spazzato via" la relativamente densa nebbia di gas lasciata dal Big Bang, in un processo denominato ri-ionizzazione. Le enormi stelle di queste prime galassie hanno infatti generato intense radiazioni, diradando la foschia primordiale di elettroni di idrogeno. Tale processo ha consentito ai primi raggi di luce visibile di viaggiare attraverso il cosmo. Le galassie osservate, però, sono molto poche e quindi non in grado di generare la mole di energia teoricamente necessaria alla ri-ionizzazione, il che suggerisce l'ipotesi che le galassie possano essersi formate più lentamente di quanto creduto finora. «La ri-ionizzazione è una fase cruciale dell'evoluzione dell'universo», spiega Massimo Stiavelli, coordinatore dei team di ricerca Stsi. «Questa è una delle scoperte più importanti mai fatte finora».

Le immagini del progetto Hubble Ultra Deep Field, pubblicate a marzo di quest'anno, sono state realizzate dall'Advanced Camera for rveys di Hubble nel corso di 412 orbite intorno alla Terra. Si tratta delle prime riprese indicative di attività galattica. Secondo il team di Stiavelli, le prime galassie erano composte da stelle che contenevano una minore percentuale di metallo rispetto a quelle attuali. Con meno metallo per assorbire il calore, tali astri risultavano quindi più caldi e luminosi, e quindi, a detta di Stiavelli, avevano abbastanza energia per indurre la ri-ionizzazione. Ma i dati studiati finora sono troppo pochi per trarre conclusioni definitive. «È come provare a descrivere un iceberg vedendone solo la cima».

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Flavio Scolari
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